L’istante zero di Pietro Grossi

immagine presa in prestito dal sito Die Schachtel

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Grazie ad un link condiviso dal facebook della fondazione Tempo Reale di Firenze, guardo uno spezzone del tiggì 2 su Pietro Grossi. Siamo nel 1978, forse ero già nato, forse ancora no.

Vengo a conoscenza di un libro-intervista, uscito nel 1999, a cura di Giomi-Ligabue, su Pietro Grossi: l’istante zero.

Cerco su google e trovo questa interessante recensione del 2007 su Altremusiche.it

La notizia del lunedì mattino (lunedì, dopo il cambio ad ora legale) che mi lascia più contento, è scoprire che Grossi, fin dai primi lavori degli anni ’60, contesta il concetto di proprietà intellettuale; e io che ero convinto che tutto fosse nato con il punk-anarchico, quindi con il rifiuto della musica colta e non con il riappropriarsi delle musiche: studiarle, approfondirle, distruggerle.

e continua

Le opere elettroniche realizzate nel suo studio non sono a suo nome, ma a nome del gruppo S 2F M che in esso opera. Ogni opera elettronica è un lavoro collettivo per due ragioni principali:
1) i mattoni di partenza non sono creati ex-novo ogni volta dall’artista, ma sono materiale comune;
2) ogni nuova opera è spesso realizzata manipolando opere o parti di opere preesistenti.

E’ però con l’avvento dell’elaboratore elettronico che il concetto di proprietà intellettuale viene completamente ridimensionato. L’opera non è un lavoro del solo artista chiuso nella sua torre d’avorio. E’ una proposta: “Guardate cosa si può fare, fatelo”. “Di conseguenza perde il valore d’opera d’arte da mostrare agli altri. Io non offro un’opera d’arte, offro un modo di operare, suggerisco un modo di lavorare”.

Lo spirito è quello comunitario del software libero e aperto. Le nuove tecnologie se sinceramente intese non possono che portare alla fine delle vecchie concezioni. Nel mondo, in cui è possibile con la modifica di un solo semplice parametro creare nuova musica, produrre musica infinita, continuamente cangiante da oggi all’eternità, manipolare e intrecciare da archivi sempre più capienti le musiche di periodi lontani e vicini, cos’è oggi l’opera d’arte musicale? Grossi spera in un dibattito serio su questo tema. La sua ultima risposta è la scelta della homeart, con cui ha concluso il suo originale percorso di vita. “Ormai, io trovo, niente è più fatto per gli altri, quello che si fa finisce con noi. Una volta creata una struttura musicale, o anche visiva, quando sia stata compiuta e ascoltata, non ha più vita. Perché oggi se ne può fare subito un’altra, oltretutto molto semplicemente. E allora mi chiedo quale sia lo scopo di farla sentire o vedere: forse solo quello di dire: guarda cosa puoi fare tu! Questa è l’homeart, arte creata da sé e per se stessi, oltre la sfera del giudizio altrui: non lo merita nemmeno un giudizio, perché può essere cambiata immediatamente: basta cambiar un numero e cambia tutto.”

Nella recensione di Altremusiche, si parla anche del Grossi che già nel 1972, abbandona il violoncello (pur essendo primo violoncello dell’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino):

 “Certe attività si esauriscono nel tempo per vari motivi. I limiti della manualità sembrano superati. In effetti, però oggi, non c’è nessuna organizzazione che abbia deciso, per esempio, di fare un’edizione delle sonate di Scarlatti con il computer e poi di venderle. Vengono bene e possono venire bene in tanti modi diversi, ma nessuno ancora si impegna in progetti del genere. Ci sono ancora tante remore, remore concettuali e culturali, che posso capire e giustificare, ma che non condivido.”

Anche in questo caso Grossi non pretende di dare risposte definitive, ma si rende conto che bisogna ripensare le motivazioni, le ragioni che stanno alla base di certe attività umane. Quali sono le ragioni che portano a rieseguire oggi la musica del passato? Grossi non pensa che in futuro gli unici esecutori saranno macchine. Quello che ritiene fondamentale è che occorre riconsiderare in maniera critica la figura dell’esecutore.

Sono passati decine di anni, Grossi rimane ancora uno sconosciuto tra in non addetti ai lavori. I Conservatori conservano, i jazzisti jammano come nel 1947, John Cage desta ancora scalpore, Russolo viene considerato il braccio rumoroso del Futurismo e Stratos è stato anche un cantante, quando suonava con I Ribelli.

Cari colleghi, appassionati, entusiasti del suono: queste sono le belle notizie che ci fanno andare avanti nella nostra ricerca spesso non riconosciuta e quasi sempre non pagata.

Invece, un “caro” saluto a quei jazzisti che jammano ancora con il mito dell’hard bop e a quegli esecutori che dopo Mahler il nulla. Preferisco i DJ a voi, almeno non hanno pretese e magari mi fanno ascoltare dei dischi di ESECUZIONI ORIGINALI d’annata e non scopiazzamenti degli anni 2000.