“Parabola d’Oro” di Vittorio De Seta del 1955: spunti

Grazie ad un tweet del mio caro amico Rinus Van Alebeek, vengo a conoscenza con molto stupore di un brevissimo documentario di 10′. Si tratta di “Parabola d’Oro” di Vittorio De Seta del 1955.

È il perfetto equilibro di suono ed immagine, non aggiungerei altro.

Nel cinema indipendente oggi, soprattutto quello dei corti e dei medi, spesso la figura del fonico non è contemplata; l’audio normalmente viene ripreso dal canna di fucile sulla camera e da un registratore audio digitale portatile (quando c’è). Il regista spesso è anche operatore, montatore del video e dell’audio; l’audio acquisito non viene processato.

Ecco che oggi sarebbe forse impossibile trovare una produzione per un documentario di immagini e suoni. Personalmente sono fuori dal mondo del video, ma non occorrerebbe chissà quale attrezzatura. Mi permetto di parlarne perché servirebbe una figura diversa dal classico fonico di presa diretta, ma un artista-tecnico, un incrocio tra un field recorder e un sound designer (ma anche tutte e due le figure: il primo per la ripresa, il secondo per la produzione).

Come attrezzatura basterebbe uno di quei nuovissimi registratori digitali a 6 tracce (ma anche un computer con scheda audio esterna e microfoni di qualità) e sperimentare sia la tecnica mid-side che i microfoni sparsi in modo creativo….ecco: sperimentare nuove tecniche di ripresa. Oggi non si ha il tempo per inventare qualcosa di nuovo, anche se le tecnologie sono sempre più avanzate e dovremmo provare, sbagliare, reinventare la tecnica e nuovi stili.

Certo, se pensiamo che anche in ambienti ultra-professionali, assegnano i premi per il miglior suono guardando il film in streaming, non possiamo pretendere chissà cosa nel mondo indipendente…ma invece no. Inoltre dovremmo pretendere, almeno nelle sale dei festival, impianti audio che assicurino fedeltà, tarati per bene.

Se un video-maker investe 3000 euro per una Canon 5D e un paio di obiettivi, un field recorder ne spende la metà. Quindi questa novità che si rifà al passato (non a Lisbon Story per intenderci), che non ha mercato, potrebbe cominciare proprio dalle produzioni indipendenti.

Oggi siamo saturi di immagini instagrammate e musichette compresse tutte uguali. La “fotografia”, il “video” e la “musica”, ci accompagnano nel nostro smartphone. Chi si occupa di immagine in modo professionale viene penalizzato. Invece le musichette no, quelle vengono realizzate in serie da professionisti, non sono un fenomeno di massa come Instagram ma per la massa. L’orecchio, la percezione sonora, non interessa più a nessuno, nemmeno negli ambienti professionali.

Invece di stupire il pubblico con la spettacolarità e l’effetto dell’immagine nel limitato cinema 3D, integriamo il suono, rendiamolo coprotagonista.

Lavoriamo in semplicità come Vittorio De Seta nel 1955, ascoltiamo intorno, senza bisogno di aggiungere parole ma ascoltiamo.

Io credo nell’utilizzo delle tecnologie più recenti, all’utilizzo creativo dei microfoni, ma questa è un’opinione personale. L’importante è saper ascoltare, questo è un sentimento comune con chi per esempio lavora con cassette e walkman.

PS

il mio amico Rinus sicuramente non la pensa come me. Lo ringrazio di avermi dato questo input e lo ringrazio perché a lui non piacerà quello che ho scritto.